I menhir o pietrefitte

Cursi conserva due dei quattro monumenti megalitici

Scheda di dettaglio

Erano quattro i menhir o pietrefitte: Croce di Bagnolo, Croce delle Tagliate, Chetta e Abbondanza. Sono purtroppo scomparse le ultime due, pietrafitta Chetta e Abbondanza; sono, invece ben visibili le prime.

Si tratta in realtà di lunghi parallelepipedi a base rettangolare, squadrati piuttosto regolarmente. Sono confitti al suolo, quasi sempre nella roccia, e appunto per questo simili monumenti del passato vengono chiamati italianamente pietrefitte. Il menhir o pietrafitta misura in media un’altezza di quattro metri dal suolo, ma quanto allo scopo della sua presenza i pareri degli studiosi rimangono ancora discordi. L’opinione è quella che annette a questi blocchi un significato religioso.

La pietrafitta Croce di Bagnolo, oggi esistente, s’incontra quasi a metà della strada che da Bagnolo conduce a Cursi. E’ alta metri 4,60, ma molto erosa per le intemperie. Presenta spigoli quasi arrotondati e scheggiati in cima e alla base misura centimetri 50 per 30. Intorno ad essa il popolo ha intrecciato una leggenda che sostiene che sotto quella colonna sia custodito un tesoro; c’è in quel punto quella che si dice l’“acchiatura“. Per impadronirsene, occorre però radere per ben sette volte la barba al diavolo che si presenta sotto le sembianze di una capra.

La pietrafitta Croce delle Tagliate si trova ad ovest dell’abitato dal quale dista poco più di un chilometro in un trivio di strade vicinali che conducono a cave di pietra. E’ incastrata nel muro di cinta di un campo denominato “ Croce “ una volta di proprietà Tamborino. Si tratta di un blocco di calcare argillo-magnesifero tenero distaccato dai banchi circostanti. Ha facce ben spianate, spigoli qua e là smussati ed altra smussatura in cima. Pende verso l’abitato di Cursi, cioè ad Est, e reca un segno di croce scolpito sulla faccia volta ad Occidente. La sua altezza è di metri 3,30; le facce adiacenti sono di m. 0,33 per 0,20. Si tratta sempre di prismi di pietra di Cursi.

Delle altre due, ora scomparse, la pietrafitta Chetta ( o Ghetta oppure Ietta ) fu descritta dal De Giorgi nel 1916 che la dice esistente allora nell’abitato del Comune, in un largo che portava lo stesso nome Chetta. Era alta oltre quattro metri.

La pietrafitta Abbondanza si trovava in campagna, presso il santuario della Madonna dell’Abbondanza su un rialzo roccioso di un trivio di vie vicinali che conducevano a Maglie e a Muro Leccese. Era alta m. 3,40 ed aveva le facce adiacenti di m. 0,62 per 0,19, ma nel 1913 anche questo menhir era ormai a terra, ridotto in frantumi.

Tutti e quattro questi monumenti megalitici erano in blocchi di pietra del luogo. Fin d’allora, infatti, questo materiale affiorava dal terreno, sul quale quelle popolazioni preistoriche abitavano e si aggiravano. Su questo largo banco di pietra, più compatto e maggiormente resistente, perchè racchiude una parte maggiore di silice e di ossido di ferro, sorse, come si è visto, la cittadina destinata a legare il suo nome al materiale tufaceo che la contraddistingue, molto più duro di quello comunemente detto leccese, la Pietra di Cursi.


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