Beni naturali e artistici

CHIESE

 

Chiesa madre di San Nicola

L'attuale chiesa parrocchiale di Cursi, dedicata a San Nicola Vescovo, sorge in piazza Pio XII ed è addossata al Cappellone, una parte dell'antica chiesa matrice dedicata allo stesso Santo di Mira.

Chiesa madre di S. NicolaQuesta parte più antica, formata da cupola ed abside, risale alla fine del secolo XV. Si tratta in realtà di una parte della vetusta chiesa greca di un tempo che, al centro, presentava una grande croce lignea ornata con immagini di Santi su piastre d'argento (S.V. 1538-'40). Era attorniata dal cimitero e aveva una custodia di legno del SS. Sacramento, molto elegante, dorata ed adorna anch'essa con immagini di Santi. Gli altri suoi altari erano dedicati allo Spirito Santo, a San Nicola e alla Risurrezione (S.V. 1607-'08).

Successivamente, ricostruita più grande e terminata nel 1597, ebbe il soffitto tavolato appoggiato su sei colonne, tre per ogni lato e, lungo i lati, le cappelle delle Anime del Purgatorio, dello Spirito Santo, del Nome di Gesù, dell'Immacolata, di San Michele, dell'Assunta, dell'Annunziata, di San Nicola, della Natività e di San Francesco di Paola (S.V. 1755). La facciata dell'antica matrice era molto elegante e maestosa; arricchita da intagli elaborati, presentava un grande occhio-luce (oculum lapideum) al centro e due verso i lati: in tutto tre, sapientemente disposti ed istoriati per far entrare la luce; sulla porta principale poi, sotto un arco intagliato in pietra locale, erano situate tre artistiche statue in pietra: al centro, la Vergine di Costantinopoli e, ai lati, San Nicola e Santo Agostino.

L'attuale chiesa madre, a croce latina, la cui costruzione iniziata nel 1830, fu terminata nel 1838, è tutta in pietra locale, compresa la copertura del tetto. Fu iniziata mentre era sindaco Nicola Graziuso e arciprete, invece, don Vincenzo Maria Leggio, nativo di Cursi, che a sue spese volle erigere l'altare del Sacro Cuore di Gesù. (S.V. del 3 aprile 1839). Nell'interno sono degni di nota gli altari dei bracci laterali dedicati ai due protettori: quello di San Nicola di Bari e l'altro della Vergine dell'Abbondanza. Il pavimento è un lavoro recente del 1995, voluto dal parroco don Salvatore Mileti, nel corso del quale sono venuti fuori alcuni affreschi dell'antica parrocchiale. Contrariamente a tutte le altre chiese, l'altare maggiore è orientato a Nord anzicchè ad Est, ma questo si spiega proprio col fatto che la nuova parrocchiale è stata addossata sulla parte absidale dell'antica, regolarmente orientata ad Est in cui ora è custodito il Santissimo.

La porta maggiore dell'attuale parrocchiale si apre perciò a Sud; ad Ovest e ad Est si affacciano, invece, due porte secondarie per l'ingresso degli uomini. La facciata principale presenta un timpano vistosamente scolpito ed intagliato in pietra locale che si richiama all'identico motivo situato sulla trave della porta d'ingresso. Degni di nota sono soprattutto l'abside della cinquecentesca matrice, la cupola e il campanile. L'antica abside, comunemente denominata cappellone, si presenta all'interno armonicamente scolpita ed istoriata ed è coperta da una cupola sulla quale sovrasta un busto in pietra del titolare della chiesa, il protettore San Nicola di Bari. Per quanto riguarda le colonne interne dell'abside dai capitelli ben curati ed originali, "... mai è stato notato che in quest'opera si realizza il motivo del pilastro inglobato nelle colonne e non viceversa, come avviene, ad esempio, nella famosa Santa Croce".

Sotto l'antica abside è ora situato un altare in pietra, opera recente, e, davanti alla nicchia centrale dell'abside, è posta la custodia del SS.mo formata da un unico blocco in pietra locale. Addossata alla parete, sulla destra di chi osserva, si apre una piccola cella che custodisce la statua in legno d'ulivo di San Nicola, opera in arte veneziana, sicuramente la più antica statua presente nella cittadina. Il campanile, anch'esso in pietra locale, alto m.27 circa, e dello stesso periodo (1597) dell'antica matrice, è stato restaurato, insieme all'abside, nel 2005. I vari ripiani sono scanditi da eleganti colonne, addossate ai quattro angoli, sulle quali sporgono, quasi ghirlande, capitelli istoriati con motivi floreali. Sotto il penultimo ripiano, al centro, è scolpito l'antico stemma della cittadina e raffigura un giovane corriere con un plico militare nella mano destra.

 

 

Santuario della Madonna dell'Abbondanza

Una mattina di aprile dell'anno 1640. Storia dell'apparizione.

Situato ad un miglio circa dal paese, il Santuario sorge a limite di feudo quasi nello stesso punto dove sin dal secolo decimosesto era ubicata una piccola Cappella denominata S. Maria del Melito. La sua origine risale alla prima metà del secolo decimosettimo (1640-42), epoca caratterizzata da funeste calamità pubbliche che tanti lutti diffusero in Italia e in Europa. Le guerre e la peste mietevano vittime senza numero e la carestia faceva mancare il pane “quotidiano”. Neppure il Salento fu risparmiato dalla desolazione comune.

L'evento straordinario e prodigioso

Su tutto il territorio di Cursi non pioveva da nove mesi. Era passato l'inverno e la primavera sembrava non giungere mai: squallide le campagne, arse e affamate le bestie; tristi i cuori dei Cursiati nella prospettiva di una estate senza raccolto. Una mattina d'aprile dell'anno 1640 Biagio Orlando Natali, un uomo della nostra gente, ha la brutta sorpresa di non trovare più le sue giovenche impazzite per l'arsura e la fame. Si mette alla ricerca affannosa ma per quanto camminasse, nessuna traccia. Torna a casa fradicio di stanchezza e di sudore. Ha la disperazione e la bestemmia nel cuore e sulle labbra, ma non si arrende. Dopo breve riposo riprende il cammino e la ricerca, mentre un impulso interiore lo spinge a dirigersi per la via di Muro Leccese

Povero Biagio Orlando Natali! Cerca le sue giovenche e non sa di andare incontro alla luce. Ce n'é tanta; è giorno e il sole è alto e il cielo è tutto azzurro. Eppure lui ora fissa una luce lontana, distinta che vince lo splendore del sole, che ha tutta la potenza di un invito e lo investe, lo illumina, gli segna la via. Man mano che Biagio si avvicina quella luce prende contorni, assume una fisionomia. È una Signora bellissima, radiante di luce. Ha sul braccio il figlio, bellissimo. Mai vista una Signora così, un Bimbo così! L'uomo della Provvidenza cade istintivamente in ginocchio: è stordito dalla luce e dall'intensità dell'emozione.

«Alzati — Esorta la Signora — non temere. Sono la Regina del Cielo.

Prenderò Cursi sotto la mia protezione e ve ne darò subito un segno.

Và, dì al Parroco che col popolo venga qui in

processione. In questo luogo voi mi costruirete un Tempio e io vi porrò la mia dimora: resterò sempre con voi».

Biagio si leva, si sente rinnovato nel corpo e nell'anima e corre, corre ad annunziare a tutti il messaggio ricevuto. Il Parroco lo accoglie per primo e quando lo sente parlare: «oh, grida, la bella Signora è venuta anche da me, mi è apparsa in sogno e mi ha detto le stesse cose». Verità a confronto! Le campane suonano a festa e tutti si precipitano con la curiosità e l'ansia di sapere cosa è accaduto e quando sanno dell'evento straordinario si incamminano pregando verso il luogo dell'apparizione.

La chiameremo «<MADONNA DELL'ABBONDANZA» — acclama tutta la gente. Ecco la nostra Patrona, la nostra Protettrice. Ben presto la notizia dell'Apparizione si diffuse nei paesi circostanti e i Pellegrini accorsero numerosi da tutto il Salento per chiedere grazie alla Vergine.Con le offerte dei devoti si eresse un piccolo Santuario che successivamente venne distrutto quasi completamente e in modo ancora prodigioso.

 Distruzione e ricostruzione del Santuario

Correva l'anno 1708. Angelo Macchia, giovane di Cursi, tornando dal suo podere agricolo «Plenzano» venne sorpreso da un furioso temporale e trovò scampo nel Santuario. Ma l'uragano infuriò proprio lì e sembrava che tutto volesse travolgere. Angelo, in ginocchio, pregava con tutta l'anima ed ecco una bellissima Signora — è la stessa di Biagio Orlando Natali — che lo prende per mano, lo conduce verso la porta, lo incoraggia con un sorriso e gli comanda di allontanarsi. Il giovane tremante si avventura sulla vecchia strada tra pioggia, raffiche di vento e scroscio di fulmini. Avanza un po', poi la bufera, più forte di lui, lo sbatte per terra ma è salvo. Voltandosi indietro come per supplicare la Madonna scorge il Santuario in fiamme, "era come una fornace".

Angelo è fuori pericolo. Più tardi risponderà di sì alla chiamata del Signore che lo vuole suo Sacerdote e si dedicherà completamente a diffondere la devozione a Maria. Ma anche i Cittadini di Cursi sono salvi. La Vergine Santa aveva agito da parafulmine. La sua casa era andata in rovina ma i figli di Cursi erano stati risparmiati da un terribile castigo divino: è l'interpetrazione comune del fatto. La materna protezione di Maria, toccata ancora una volta con mano, spinse tutti i fedeli, in una gara stupenda, a ricostruire il Tempio più bello e maestoso di prima. È come lo vediamo ai nostri giorni.

Il Santuario, «con pianta a croce greca sormontata da un tamburo circolare e coperta da cupola» gode degli stessi privilegi della Patriarcale Basilica Romana di S. Maria Maggiore. Al suo interno si ammirano:

Un pregevolissimo AFFRESCO «MADONNA COL BAMBINO» di stile greco bizantino (XV Secolo) situato al centro dell'Altare Barocco. La Pala dell'Altare, dono del Principe Cicinelli, é stata realizzata da Donato CHIARELLO (1650) li soave e caro SIMULACRO DELLA VERGINE DELL'ABBONDANZA, opera lignea di Scuola Napoletana

I DIPINTI di F. Verri raffiguranti i momenti forti della vita della Vergine e le due Apparizioni.

La "Memoria" dell'Apparizione della Vergine Santa a Biagio Orlando Natali si celebra solennemente ogni anno nella seconda Domenica di Luglio. Nel Giovedì dopo la Domenica di Pasqua si ricorda il PATROCINIO DI MARIA SS. DELL'ABBONDANZA.

Convento degli Agostiniani

Il Convento degli Agostiniani fu fondato intorno al XV secolo e inizialmente fu intitolato a San Rocco, successivamente nel 1580 il monastero fu intitolato a Sant'Antonio Abate e nel 1663 fu ristruutturato. Il Convento fu soppresso nel 1809 a causa delle leggi volute da Gioacchino Murat e nel 1863, acquistato da privati, fu convertito a civile abitazione, destinazione tuttora in uso.

La chiesa, risalente alla metà del XVII  secolo fu in parte ricostruita nel 1950 in seguito al crollo del tetto della facciata e di due cappelle laterali. La facciata è rivestita in pietra leccese e termina con un timpano triangolare.

Gli unici elementi decorativi sono nei fregi del finestrone e del portale, il cui timpano è sormontato da una statua lapidea di Sant'Agostino. L'interno, con pianta a navata unica è scandito da bravi cappelle laterali ospitanti altari barocchi. L'altare maggiore fu edificato nel 1663 da Placido Buffelli ed è decorato con le statue di Sant'Agostino, Santa Lucia, Sant'Egidio e San Vito.

 

 

 

 

Cripta di Santo Stefano

La cripta di Santo Stefano o di San Giorgio, mirabile testimone del periodo storico bizantino in Cursi, ben s'inserisce in quel vasto patrimonio artistico originato dalla civiltà rupestre che tanto sviluppo ebbe in tutto il Salento.

Presenta una rozza pianta circolare ellittica ed ha una superficie di 23 mq circa. La cava intera, ricavata a colpi di scalpello in un banco di tufo a volta piatta, misura m. 9,86 di lunghezza, m. 5,19 di larghezza e m. 1.80 circa di altezza. La planimetria della cripta non è chiaramente leggibile in quanto probabilmene ha subito successive modifiche; tuttavia può essere ricondotta ad uno schema a due navate scandite dall'unico pilastro originale. Il secondo, infatti, non ricavato nella roccia, ma formato da conci di pietra di Cursi, fu realizzato in un successivo momento per sostenere parte del soffitto profondamente lesionato.

L'ingresso originario, stranamente orientato ad Est, è dato da una rudimentale scalinata tuttora visibile che termina sotto un rozzo arco a volta in cui si notano diverse croci greche scolpite con ai lati due piccole nicchie che dovevano fungere da lucernai. La navata destra è conclusa da un piccolo vano che probabilmente dovette fungere da pastophorion, mentre quella a sinistra termina con un altare a credenza, forse per la deposizione delle offerte, ricavato nella parete e sormontato da una nicchia. Tutta questa zona è orientata a Sud. Dalla parte opposta, a Nord, si apre, invece, una dipendenza che si sviluppa in un piccolo dromos in parte crollato e in un locale circolare che, alla luce degli studi effettuati su altre cripte, pare si tratti della cella dormitorio dell'eremita guardiano che per primo abitò e pregò in questo posto. La cripta di Cursi presenta diversi dipinti lungo le pareti. Situata nella zona più antica del paese, il Trioti, quasi al centro di una stradicciuola cieca denominata "Vico Bianco", insiste per metà sulla pubblica via, mentre per la restante parte s'interna in un giardino privato. Scoperta per puro caso nell'estate 1955, ma forse anche prima, mentre venivano eseguiti dei normali lavori di riabbattimento in quel vico, fece subito parlare di sè nell'aprile 1957, quando fu ritenuta dagli studiosi fra le più interessanti cripte basiliane della provincia di Lecce (Cfr. "Nuovo Annuario di Terra d'Otranto", vol I, Galatina (Le), 1957).

Non si sa a quale Santo fosse dedicata: forse nè a Santo Stefano, al cui onore sorgeva nelle vicinanze una chiesa, e neppure a San Giorgio che vi è ben rappresentato; molto probabilmente a San Pietro, raffigurato per ben due volte nell'ipogeo e come d'altronde si può desumere da un famoso diploma di Federico II di Svevia del 9 giugno 1219 in cui si parla di una "ecclesian Sancti de Curse" che veniva donata dall'arcivescovo di Otranto, Tancredi degli Annibaldi (Cfr. Maggiullix L. - Otranto, ricordi - Lecce 1893 ed. ancora D. Giannuzzi - Cursi: Cripta di Santo Stefano e di San Giorgio - Galatina (Le) 1980). Superfluo aggiungere che a questa cripta era legato il culto e il rito greco che durò a Cursi per diversi secoli. Cessò ufficialmente nel 1614 con lanomina di don Luca Anchera, primo arciprete di rito latino e ci fu anche un periodo in cui la cittadina fu fatta imbevuta di usanze e costumanze elleniche soprattutto quando, fra l'ottavo e il nono secolo, vi giunsero numerose famiglie greche.
Durante la visita pastorale dell'arcivescovo Lucio De Morra, avvenuta il 7 giugno 1608, a Cursi si contavano ben 160 famiglie elleniche e cinque ecclesiastici greci tutti sposati. E se e vero che il rito greco cessò ufficialmente nella cittadina nel secondo decennio del secolo XVII, è altrettanto vero che esso continuò officiosamente nelle cappelle private e la lingua grica si parlò a Cursi accanto al linguaggio italiano, almeno fino ai primi decenni del secolo decimonono.

Maria Corti, in occasione del restaturo della Cripta del 1998:

La notizia del restauro e del recupero della cripta basiliana di Cursi, un ipogeo con suggestiva planimetria, iscrizioni tutte in greco e indimenticabili affreschi, mi ha colmata di letizia. Il merito del recupero va tutto al prof. Donato Giannuzzi, che eleverei a modello per gli intellettuali del Salento: altre cripte bizantine o italo-normanne non ancora esplorate oppure abbandonate alla distruzione di gente incolta, essi in terra otrantina potrebbero segnalare alle autorità e recuperare.

Che immensi vuoti di attenzione storditamente danneggiano la terra salentina!

Recupero nella mia memoria una giornata piena di sole dell'agosto 1987 quando il mio collega universitario di Pavia, prof. Angelo Stella ed io, forniti di lanterna scendemmo dalla strada di Vico Bianco su una scala di legno fatta calare lungo una botola nell'ipogeo e ci trovammo di fronte ai prodigiosi dipinti del secolo XII e XIII sulle pareti e sui

pilastri: santi tratteggiati in tocchi semplici ed eterni che colmavano gli abissi del tempo. Ecco la Santa Parasceve nel suo manto rosso, i due volti di San Pietro, gli occhi tondi e immobili di San Teodoro e un grande Cristo Pantocratore che benedice alla greca. L'incanto di quegli occhi fermi e profondi ci trattenne forse troppo e io, risalita per la scala a pioli, giunta nella abbagliante luce del sole, svenni, caddi in terra lunga e tirata.

Angelo Stella, saggio e tranquillo, mi riportò nel reale di una giornata d'agosto. Oggi simili peripezie, bizzarre e un poco ludiche, sono un lontano ricordo poichè una scala in pietra antica restaurata conduce alla grotta.

Auguri a tutti i visitatori.

 

 

MONUMENTI

 

I menhir o pietrefitte

Attualmente Cursi possiede due dei quattro monumenti megalitici che una volta esistevano nel suo territorio. Erano quattro i menhir o pietrefitte: Croce di Bagnolo, Croce delle Tagliate, Chetta e Abbondanza. Sono purtroppo scomparse le ultime due, pietrafitta Chetta e Abbondanza; sono, invece ben visibili le prime.

Si tratta in realtà di lunghi parallelepipedi a base rettangolare, squadrati piuttosto regolarmente. Sono confitti al suolo, quasi sempre nella roccia, e appunto per questo simili monumenti del passato vengono chiamati italianamente pietrefitte. Il menhir o pietrafitta misura in media un’altezza di quattro metri dal suolo, ma quanto allo scopo della sua presenza i pareri degli studiosi rimangono ancora discordi. L’opinione è quella che annette a questi blocchi un significato religioso. La pietrafitta Croce di Bagnolo, oggi esistente, s’incontra quasi a metà della strada che da Bagnolo conduce a Cursi. E’ alta metri 4,60, ma molto erosa per le intemperie. Presenta spigoli quasi arrotondati e scheggiati in cima e alla base misura centimetri 50 per 30. Intorno ad essa il popolo ha intrecciato una leggenda che sostiene che sotto quella colonna sia custodito un tesoro; c’è in quel punto quella che si dice l’“acchiatura“. Per impadronirsene, occorre però radere per ben sette volte la barba al diavolo che si presenta sotto le sembianze di una capra. La pietrafitta Croce delle Tagliate si trova ad Ovest dell’abitato dal quale dista poco più di un chilometro in un trivio di strade vicinali che conducono a cave di pietra. E’ incastrata nel muro di cinta di un campo denominato “ Croce “ una volta di proprietà Tamborino. Si tratta di un blocco di calcare argillo-magnesifero tenero distaccato dai banchi circostanti. Ha facce ben spianate, spigoli qua e là smussati ed altra smussatura in cima. Pende verso l’abitato di Cursi, cioè ad Est, e reca un segno di croce scolpito sulla faccia volta ad Occidente. La sua altezza è di metri 3,30; le facce adiacenti sono di m. 0,33 per 0,20. Si tratta sempre di prismi di pietra di Cursi. Delle altre due, ora scomparse, la pietrafitta “ Chetta “ ( o Ghetta oppure Ietta ) fu descritta dal De Giorgi nel 1916 che la dice esistente allora nell’abitato del Comune, in un largo che portava lo stesso nome Chetta. Era alta oltre quattro metri. La pietrafitta “ Abbondanza “ si trovava in campagna, presso il santuario della Madonna dell’Abbondanza su un rialzo roccioso di un trivio di vie vicinali che conducevano a Maglie e a Muro Leccese. Era alta m. 3,40 ed aveva le facce adiacenti di m. 0,62 per 0,19, ma nel 1913 anche questo menhir era ormai a terra, ridotto in frantumi.

Tutti e quattro questi monumenti megalitici erano in blocchi di pietra del luogo. Fin d’allora, infatti, questo materiale affiorava dal terreno, sul quale quelle popolazioni preistoriche abitavano e si aggiravano. Su questo largo banco di pietra, più compatto e maggiormente resistente, perchè racchiude una parte maggiore di silice e di ossido di ferro, sorse, come si è visto, la cittadina destinata a legare il suo nome al materiale tufaceo che la contraddistingue, molto più duro di quello comunemente detto leccese, la Pietra di Cursi.

 

PALAZZI

 

Palazzo Feudale

Attualmente si affaccia maestoso sulla pubblica piazza ed è la sede del Comune; all’inizio però dovette sorgere isolato, quasi di fronte alla chiesa greca del tempo, un pò più verso Ovest. Non fu certamente ideato come fortezza o classico castello feudale, circondato da un ampio fossato e recintato da torrioni e torricini, bensì come piacevole dimora del signore, anche se munito di forti spessori nei muri perimetrali e di tramezzo.

   Palazzo feudale

Con molta probabilità fu costruito verso la seconda metà circa del secolo XV e a volerlo furono i signori Maramonte, precisamente il barone Filippo Antonio Maramonte alcuni anni prima del 20 maggio 1476, data in cui Ferrante d’Aragona gli riconfermò il possesso del feudo in due quote parti delle tre in cui si trovava divisa la cittadina di Cursi. Ancora oggi non si conosce il nome dell’architetto che dovette progettarlo o dirigerne i lavori; di certo si sa che fu ideato e voluto a due piani e che fin dall’inizio occupò la superficie di mq. 688,50 (esclusa la corte scoperta) come ancor oggi si può rilevare dall’antica planimetria. Nel corso dei secoli ha subito continue modificazioni ed anche ultimamente è stato ampliato lungo la terrazza del piano superiore.

L’originaria struttura è ancora leggibile soprattutto nell’ingresso a piano terra ed in parte nelle stanze e nei saloni che presentano le volte a padiglione, a botte con testate di padiglione e poche a botte e a spigolo. Nel 1635, quando Giovanni Andrea Ventura, barone di Cursi, fu costretto a venderlo a Girolamo Acquaviva, conte di Conversano, il palazzo, "seu castello", si presentava con le seguenti caratteristiche: "... Un palazzo seu castello baronale consistente in tre camere a basciu supportico di pietra coverto a volta. Una cappella dove si celebra la messa, la carcere, lo molino, lo forno con capanne, la stalla per n.8 cavalli con un giardino di tomola 1 con diversi arbori di aranci, arbori comuni e per solito con camere di pietra con due case dentro coll’uscita alla strada pubblica et capanna et curte per li bovi, et per salire sopra detto palazzo vi è la scala coperta di pietre a volta con sala con due appartamenti, cioè con Camere due e con due Camerini, et uno di Camere 4 con una loggetta coverta et con un Camerino seu dispensuola".
(Cfr. S.Castromediano, op.cit. p.17-18).

 

Confrontando questa antica descrizione con quanto si può ancora ammirare e sforzandoci di immaginarlo senza i recenti ampliamenti, è facile riconoscere alcune strutture originarie quali il supportico di pietra coperto a volta a piano terra e la scala coperta di pietre a volta per salire al primo piano; sono anche identificabili, sempre al primo piano, la sala e i due appartamenti: il primo, a sinistra di chi sale, consiste in due grandi vani (salone e grande stanza) e in due più piccoli (due camerini); il secondo è formato, invece, da un ampio salone (attuale sala consiliare), tre grandi vani (camere) e da uno piccolo (camerino seu dispensuola).

Confrontando questa antica descrizione con quanto si può ancora ammirare e sforzandoci di immaginarlo senza i recenti ampliamenti, è facile riconoscere alcune strutture originarie quali il supportico di pietra coperto a volta a piano terra e la scala coperta di pietre a volta per salire al primo piano; sono anche identificabili, sempre al primo piano, la sala e i due appartamenti: il primo, a sinistra di chi sale, consiste in due grandi vani (salone e grande stanza) e in due più piccoli (due camerini); il secondo è formato, invece, da un ampio salone (attuale sala consiliare), tre grandi vani (camere) e da uno piccolo (camerino seu dispensuola). Riconoscibile è pure la loggetta coperta che comunica con l’ampio salone e si affaccia sulla corte scoperta; di essa si possono ancora ammirare le slanciate  olonne dai semplici ma eleganti capitelli a fiori secondo il caratteristico stile tardo-rinascimentale. A piano terra, invece, non è più leggibile l’antica destinazione, dal momento che non si riesce più a capire quale delle originarie stanze dalle volte a padiglione o a botte fungesse da cappella o da carcere e quale fosse, invece, il mulino e il forno con capanne.

Attualmente il palazzo, che non doveva avere l’orologio sul fastigio, si presenta ancora imponente e maestoso,con la facciata scandita da quattropossenti colonne di stampo dorico in un sapiente gioco di luci ed ombre, ritmata dalle agili colonnine che continuano nelle due balconate di affaccio. Lo sguardo del visitatore è anche attratto dalla colonna incassata nello spigolo destro del palazzo, sormontata da un ricco capitello corinzio sul quale risalta la scritta FIDES ET VIRTUS e dove, insieme a quello dei Maramonti sono scolpiti degli altri stemmi appartenenti a famiglie con le quali i Maramonti si erano imparentati.

Il maniero era un tempo abbellito sul fronte da un vasto atrio-giardino dalla forma piuttosto quadrata coltivato a fiori e ad ampi pergolati con ai lati, da una parte due lunghi e funzionanti frantoi (trappeti) ricavati in grotte naturali ancora esistenti e, dall’altra, granai, cantine e granili per riporre grano, vino, legumi e vettovaglie. Si possono ancora ammirare soltanto i due frantoi, non più i granili e le cantine che insistevano lungo il caseggiato. Alle spalle e lungo le fiancate il palazzo era arricchito da due giardini: uno più piccolo ad agrumi “citrangoli” ed un altro, molto più vasto, un vero e proprio frutteto, che iniziava subito dopo la corte scoperta, si allargava sul fronte dell’attuale caseggiato De Pietro-Ruscelli, comprendendo così la strada che dalla piazza Pio XII ora conduce a Maglie fino a raggiungere l’odierna strada Vittorio Emanuele per proseguire ancor oltre. Era fornito di quanto poteva servire ad una famiglia piuttosto numerosa; quasi sempre era abitato. Una strada sotterranea, sufficiente per far passare una carrozza, partiva dal castello e si internava nei campi del feudo; nei casi di pericolo serviva poi per mettersi in salvo.

I Maramonti risiedettero nel palazzo per brevi periodi, preferendo lasciarvi un fedele fiduciario (castaldo); non così i signori Ventura che lo abbellirono con gusto e vi abitarono fino al 1633 quando, come si è già detto, furono costretti, quasi improvvisamente, a vendere feudo e palazzo per 6.200 ducati al conte Gerolamo Acquaviva. I signori Cicinelli, dopo averlo a loro volta abbellito e in parte modificato, lo abitarono per poco tempo, preferendogli il castello di Grottaglie, molto più vasto e fornito. Nel 1807, estintasi la famiglia Caracciolo-Cicinelli dopo la famosa legge napoleonica sulla eversione della feudalità, il palazzo, con alcuni fondi semensabili ed olivetati nonchè con diversi caseggiati, fu venduto nel 1818 per ducati 6326 e grana 20 al signor De Donno Giuseppe di Maglie che lo donò al figlio Nicola, valente avvocato. E costui lo migliorava, arredandolo con molto buon gusto per poterlo abitare. Gli succedeva Achille De Donno che a sua volta preferiva "... i silenzi dell’umile Cursi ai rumori della sua Maglie operosa", come amichevolmente scriveva il duca Sigismondo Castromediano.

Mentre vi dimorava costui, nel 1884, durante uno scavo nel giardino adiacente al palazzo, fu trovato un pentolino di terracotta, sotterrato sotto le antiche fondazioni: era colmo di monete d’oro di grandissimo valore storicoartistico che datavano dal 1388 al 1550. I signori De Donno hanno posseduto l’antico maniero per lo spazio di circa un secolo, il XIX, e lo hanno abitato fino ai primi decenni del XX. L’ultimo inquilino è stato il signor Frans De Donno; poi sono subentrati fugaci proprietari che l’hanno addirittura adibito a fabbrica di tabacchi fino ai primi degli anni 50.

Finalmente, maturati ormai i tempi e subentrati gli anni della ricostruzione e del benessere anche per Cursi, il 15 gennaio 1959 è stato acquistato come sede del Comune per la somma di Lire 6.300.000.

Ora è diventato degna casa del popolo al servizio di tutti i cittadini.

 

 

 

Risorse culturali di Cursi